I grifoni di Rémuzat

Rémuzat è un posto strano...
Strano per noi cittadini che viviamo in accelerazione, che abbiamo nelle orecchie clacson e sirene, tutto il giorno.
Poi qualcuno ti porta in questo minuscolo paesino della Provenza, poche case in pietra a vista, affacciate sul fiume Oule.

Normalmente scendere da un pulman è la cosa più banale di questo mondo.
Non questa volta.
Calpestare quei pochi gradini di metallo è come attraversare una magica porta del tempo: dentro, il mondo un pò schiamazzante che ti sei portato appresso, fuori, improvvisamente, altre atmosfere, altre dimensioni.

D'un tratto sei nel regno dei grifoni, mondo che ha il ritmo lento dei loro battiti d'ali ed i colori delle cose sembrano scelti attentamente, tinta su tinta, per non creare contrasti troppo violenti.
E così trovi lo stesso colore caldo nei muri e nei tetti delle case, nelle rocce a strapiombo, nelle ali dei grifoni.
Tra le case basse, appoggiate una all'altra, c'è una quiete fatta di cinguettii di passeri e traiettorie di rondini.
Quiete antica, fiorita di sorrisi e di gerani, voli saettanti di balestrucci e cavedani immobili nell'ombra del ponte.
Nell'acqua bassa del fiume si riflettono alte falesie, a strapiombo sulla valle, che, tuttavia, non chiudono lo sguardo ma fanno rimbalzare una luce da estate mediterranea, da dipinto impressionista, luminosa, che senti, calda, sulla pelle.
Le pareti di roccia sono un intarsio continuo di sporgenze, piccole cavità, balconate pressoché irraggiungibili, se non hai le ali, se non cavalchi il vento.
E noi siamo, senza speranza, creature di terra, prigionieri del suolo, appesantiti da zavorre di zaini e cannocchiali.
Puoi solo lanciare lo sguardo verso l'alto, lasciandoti catturare dall'azzurro del cielo di Francia, dallo scenario imponente di quelle pareti verticali.

E lì, prima o poi, incontri i voli dei grifoni.

Passano e ripassano davanti alle rocce, scivolano sui crinali, roteano nelle termiche come aquiloni volteggianti, immensi, ancestrali, con il fascino delle invenzioni antiche, con l'eleganza innata di creature nobili, con la calma del tempo che abbiamo perduto.
Scompaiono e ricompaiono, isolati o in gruppi giostranti, dentro grandi viti d'aria calda, per rendere vivo un cielo di cobalto.
Cielo senza nuvole, sciolte, forse, nei bianchi piumini che ci nevicano tutt'intorno.

La guide francesi hanno gli occhi luminosi degli amanti mentre narrano la storia dei "Vautours fouves" che hanno restituito al cielo.
E tentano anche loro di volare, come fanno i bambini, dipingendo ali d'avvoltoio sulle magliette che portano addosso.
Ma volare non ci è concesso, ed è solo con le nostre gambe e con l'aiuto di un pulmino da "figli dei fiori" che possiamo salire fin dove osano i grifoni.

E ancora un altro mondo si apre ai nostri sguardi.

Mentre dal paese la cima delle falesie sembrava irraggiungibile, dal lato opposto una stradina stretta s'arrampica fino ad una sorta d'altopiano gradevolmente collinoso, verdissimo, che è un'esplosione di fioriture e di canti d'uccelli.
Timo, Lavanda, Lino e piccole Orchidee accompagnano la nostra salita verso il punto più alto delle falesie.
Ma anche i semplici papaveri, riuniti in estese fioriture, offrono, nella luce pulita del mattino, uno spettacolo impossibile da ignorare.
Accesi dal sole sorridono al cielo e ad una piccola, commovente vecchietta che se ne sta seminascosta tra il verde.
L'abbazia di Bodon riposa i suoi 1500 anni di pietra curando i suoi fiori e ci osserva, serena, con lo stesso sguardo di chi ha visto passare milioni di farfalle, di uccelli e di nuvole.

E finalmente arriviamo sul ciglio dell'abisso, il bordo estremo della falesia, da dove il cielo si tuffa nella valle sottostante in un volo da brivido.
Le pareti chiare piombano a precipizio in un tumulto di anfratti, giù, fino al fiume ed al paese che paion, da qui, finzioni di vetro e cartapesta.

E i grifoni passano, come alianti immensi, sul confine verticale delle rocce.
Giocano nell'aria, proiettando le loro ombre scure ad accarezzare i prati di lavanda.
Riposano fieri sulle punte di roccia, ritti, come dentro agli stemmi degli araldi.
Ti guardano, quieti, poi, d'improvviso, allargano le ali al vento e si tuffano ancora dove non puoi seguirli. 
Qui si tocca il cielo.
Qui non c'è scelta: se sei uomo devi fermarti, se sei grifone, o un poeta, devi volare.

(E.Critelli)


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